Un glissando di ottave nel Trio in do minore?

By | 06/11/2017

Ci siamo già occupati di glissando di ottave in Beethoven in due casi, a proposito

  • del Primo concerto per pianoforte (I, 344-345)
  • della “Waldstein” (III, 465-475)

Potrebbe essercene un altro nel Trio op.1 n.3 – questa scala di ottave discendenti alla fine della sezione centrale del Menuetto (ed. originale Artaria, 1795):

Glissando-trio-beethoven

È un glissando?

Analogie con i casi già esaminati

Analizzando il concerto e la sonata, supportati anche dalle considerazioni di Czerny, avevamo concluso che Beethoven sembra indicare il glissando con una legatura (non ha mai usato il termine italiano in modo esplicito).

Se la presenza del Sol al basso nell’op.15

op.15_glissando di ottave

e la diteggiatura “1-5” nell’op.53

Waldstein glissando

portavano a escludere un’esecuzione suddivisa tra le due mani…

…è la legatura continua nell’ambito di un tempo decisamente rapido (rispettivamente Allegro con brio in 4/4 e Prestissimo in 2/2) a suggerire il glissando più tardi confermato da Czerny (cfr. op.500, IV):

“Il passaggio [in ottave] deve essere suonato facendo scivolare le dita sui tasti.”

Nel Trio op.1 n.3, che precede le due composizioni, non abbiamo né diteggiature né bassi ad aiutarci, ma

  • la tonalità (Do maggiore)
  • l’andamento scorrevole (Quasi Allegro in 3/4)
  • la legatura continua

delineano un contesto analogo, autorizzandoci a prendere in seria considerazione l’ipotesi.

Anche alla luce di un ulteriore elemento…

Perché Beethoven non ha separato le due voci?

In generale, una delle peculiarità della scrittura di Beethoven è il tentativo, via via più marcato, di eliminare ogni possibile fraintendimento delle sue intenzioni.

L’introduzione della diteggiatura “1-5” nella Waldstein, per prevenire l’ esecuzione con due mani, può ad esempio essere letta in questo senso.

Ora, cosa scrive di solito Beethoven quando vuole una scala suddivisa tra le due mani?

Nella maggior parte dei casi, tende a separare le voci – come nel Rondò del Quinto concerto (ed. originale Breitkopf, 1810)

scale-concerto_5

Nel Menuetto del Trio abbiamo invece esattamente lo stesso tipo di notazione (due voci su una sola “parte”) del Primo concerto e della Waldstein.

Potrebbe essere un’evidenza a favore del glissando?

E la “simmetria”?

Una possibile obiezione sta nella “simmetria” tra le scale semplici che caratterizzano il movimento (foto 1) e quella in ottave che lo chiude (foto 2):

Confronto glissando e scala semplice

Vista l’ovvia somiglianza, non dovremmo cercare di uniformare le due figure e quindi evitare il glissando?

La risposta è in un lavoro del 1817…

La trascrizione per Quintetto d’archi del 1817

Nel 1817 Beethoven realizzò (o almeno revisionò) una trascrizione per quintetto d’archi del Trio in do minore – pubblicata da Artaria come op.104.

L’occasione gli venne da un rifacimento di un certo Kaufmann (probabilmente Joseph, violinista membro della Gesellschaft der Musikfreunde) che trovò, parole sue, “miserevole”:

“Terzetto rielaborato in forma di quintetto (…) trasformato da 5 parti apparenti a 5 parti reali, nonché sollevato dalla sua condizione miserevole ad una certa dignità…”

E ancora, all’editore Steiner il 14 agosto 1817:

“Ecco il quintetto (…) il sig. Kaufmann non deve saperne niente, dopodomani gli scriverò una lettera che metterà il punto finale all’intera questione. K. non ha fatto altro che fornirmi l’occasione di intraprendere questo completo rifacimento…”

Nella trascrizione per archi, come viene reso il passo in ottave discendenti? La “simmetria” è mantenuta? C’è uniformità?

In breve: no.

Ecco come appaiono nell’op.104 la scala semplice e, a destra, quella in ottave:

Trascrizione op.104

Certamente non si può parlare di “uniformità tra le due figure”, e l’obiezione sembra a questo punto molto debole.

“E quindi come lo suono?”

Abbiamo visto come il passo del Trio op.1 n.3 sia per molti aspetti analogo a quello del glissando di ottave nel Primo concerto e nella Waldstein.

Hanno in comune:

  • la tonalità di Do maggiore (che rende possibile il glissando)
  • la presenza di una legatura continua
  • un tempo decisamente scorrevole
  • la notazione in una sola voce

Tutto ciò esclude sia l’esecuzione “di polso” (tempo troppo rapido e necessità di legare) che la suddivisione tra le due mani (se l’ultimo punto è corretto).

[N.B. servono ulteriori ricerche per verificare che la notazione in una sola voce abbia davvero questo significato: il prossimo passo sarà quello di calcolare con precisione l’effettiva frequenza dei due tipi di scrittura.]

La “simmetria” tra le varie apparizioni della scala, invece, non sembra essere rilevante.

Allo stadio attuale, il glissando è dunque l’alternativa più convincente.

Qui, al min 18:38, puoi ascoltarne una realizzazione con Eugene Istomin:

Se hai

  • una mano sufficientemente grande
  • uno strumento che permette il glissando

e desideri sperimentarlo in prima persona, ti consiglio come per i casi precedenti la tecnica descritta da Johann Peter Milchmeyer nel suo trattato del 1797:

“Se la mano destra deve suonare questi passaggi scendendo, allora bisogna ruotarla verso l’interno in modo che l’unghia del pollice poggi quasi completamente sui tasti.”

È importante tenere il quinto dito abbastanza teso da suonare col polpastrello, come mostra Giuseppe Mariotti nel video di approfondimento al nostro articolo sulla Waldstein.

Prima di chiudere, due parole sulla dinamica: il ff che compare in alcune edizioni sotto l’ultima scala non è di Beethoven.

Nell’edizione originale del Trio continua infatti il delle battute precedenti.

 

– Gabriele Riccobono –

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