Tre ragioni per non fidarsi troppo dei manoscritti di Beethoven

By | 11/06/2017

Di fronte alle falle nell’attendibilità delle edizioni beethoveniane, urtext comprese, è normale reagire chiedendosi:

“Ma allora non basta tornare ai manoscritti autografi e aggirare in questo modo il problema?”

Purtroppo no, dal momento che neppure gli autografi possono essere considerati testimoni affidabili al 100%.

Perché?

Le ragioni sono sostanzialmente tre, e te le introduco in questo breve filmato:

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Ricapitolando, l’autografo può contenere:

  1. stadi non definitivi della composizione
  2. lapsus, sviste, errori dello stesso Beethoven
  3. annotazioni di mano altrui

Osserviamo allora tutto più da vicino, in modo da valutare meglio la portata del problema e individuare le soluzioni più efficaci…

“Faccia immediatamente correggere le lastre”

In una famosa lettera del 4 marzo 1809 Beethoven scrisse a Härtel, che si stava occupando della pubblicazione delle Sinfonie n.5 e 6:

“Domani Le farò avere alcune piccole correzioni che ho apportato durante l’esecuzione delle sinfonie – quando gliele ho consegnate non avevo ancora ascoltato nessuna delle due, e nessuno può pretendere di essere così simile a un dio da non dover rivedere neanche minimamente le sue creazioni.”

La lista di revisioni è probabilmente quella, non conservata, che Beethoven allegò alla successiva lettera del 28 marzo

“Eccole le piccole correzioni per le sinfonie. Faccia immediatamente correggere le lastre.”

e tra i cambiamenti da apportare c’è appunto l’aggiunta citata nel video (Quinta sinfonia, Allegro con brio, batt.4).

Se ricordi, me ne ero già occupato in un precedente articolo, arrivando a ricostruire questo quadro:

  • 14 (?) Settembre 1808 – Beethoven consegna a Härtel una copia della partitura da usare come modello per l’incisione
  • 22 Dicembre 1808 – Dopo aver ascoltato la prima esecuzione della Sinfonia, Beethoven decide di aggiungere cinque battute (le attuali 4, 23, 127, 251 e 481)
  • 28 marzo 1809 – Beethoven invia le modifiche a Härtel. La lettera non raggiunge però in tempo l’editore, e la prima stampa delle parti contiene ancora la loro versione precedente
  • Aprile 1809 – Härtel riceve la lettera di Beethoven e pubblica la seconda edizione, stavolta corretta:

Violino, beethoven 5

Revisioni molto più che last minute, come vedi.

Ora, situazioni di questo tipo non sono affatto rare in Beethoven.

Un altro esempio riguarda l’Adagio sostenuto della Sonata op.106.

Dalla lettera che Beethoven inviò a Ries il 16 giugno (?) 1819, quella in cui sono indicati gli ancora oggi controversi metronomi della sonata, apprendiamo che in una prima fase il terzo movimento iniziava dall’attuale seconda battuta:

“3zo movimento, metronomo di M[aelzel] croma = 92. A questo punto si deve notare che occorre ancora inserire la prima battuta…”

L’autografo della 106 non si è conservato, ma da queste parole possiamo supporre che si presentasse appunto privo della misura iniziale, introdotta da Beethoven solo in un secondo momento:

op.106 artaria

Ricorda lo stesso Ries:

“Non potranno mai essere aggiunte note così efficaci, importanti, a un lavoro compiuto, neppure se fossero state intese fin dall’inizio.

Consiglio ad ogni amante della musica di provare l’inizio di questo Adagio dapprima senza, quindi con queste due note – e non c’è dubbio che allora condividerà la mia opinione.”

Potrei andare avanti a lungo analizzando casi analoghi – e solo poche settimane fa ci eravamo occupati del Quinto concerto per pianoforte, l’op.73.

(La prima edizione era uscita a Londra nel novembre 1810, ma Beethoven aveva continuato a lavorare sulla partitura, ragion per cui l’edizione pubblicata da Breitkopf pochi mesi dopo presenta svariate differenze rispetto alla precedente).

Il punto è che in Beethoven il processo compositivo tendeva spesso, per così dire, a sovrapporsi a quello editoriale, per cui non sempre i manoscritti di Beethoven presentano la versione definitiva del brano

È dunque importante non assegnare loro troppa preminenza a priori, dal momento che solo attraverso un’analisi completa delle fonti originali è possibile ricostruire testi veramente attendibili.

Che siano la miglior approssimazione ad oggi raggiungibile, cioè, delle indicazioni autentiche e definitive di Beethoven.

Le sviste di Beethoven: come riconoscerle?

Come ha scritto Jonathan Del Mar in Editare Beethoven, quello degli errori del compositore è un problema centrale nell’editing beethoveniano.

Che anche lui commettesse a volte qualche svista è naturale – era un essere umano. Ma il punto è: come le individuiamo?

A volte può essere lui stesso a segnalarci un lapsus in una lettera o in una lista di correzioni.

Il 3 agosto 1809  scrive ad esempio a Breitkopf & Härtel:

“Si figuri che ieri nel correggere gli errori della sonata per violoncello, ne ho fatti io stesso degli altri…”

Non sempre le cose sono così semplici, ma ci sono comunque alcuni dati che, se letti nel modo corretto, possono venirci in aiuto.

Riprendiamo ad esempio la casistica indicata da Jonathan:

  • Le voltate spesso causano errori: su una nuova pagina è facile dimenticarsi l’ultima nota di una frase nei secondi violini e scrivere per errore un’intera battuta di pausa
  • I tagli addizionali possono facilmente essere contati male; ci sono tutta una serie di casi in cui Beethoven li ha sbagliati
  • Spesso causano errori anche gli strumenti traspositori, specialmente se il tuo metodo di notare i clarinetti in Sib è (com’era per Beethoven) immaginare di scrivere in chiave di tenore

Si può citare il bequadro mancante nella terza battuta dell’op.57, primo movimento,

Beethoven Appassionata autografo

su cui abbiamo la testimonianza di Carl Czerny:

“Nonostante l’accuratezza di Beethoven nello scrivere un pezzo, sviste dovute a distrazioni potrebbero ancora, di tanto in tanto, passare inosservate – per esempio nella terza battuta [Op.57, primo tempo]
(…) Qui ha dimenticato di aggiungere un bequadro sul trillo, e ciò ha portato molti esecutori a trillare Mib – Re invece di Mi -Re.
Pose comunque il bequadro nella seconda sezione (…)
Ho suonato la Sonata per lui varie volte, e non ha mai avuto nulla da ridire a proposito del Mi naturale…”

O, ancora, una nota sospetta nell’autografo della Quarta Sinfonia, batt.183 primo tempo – molto probabilmente lì a causa di una voltata:

Manoscritti Beethoven_sinfonia 4

Approfondirò meglio in prossimi articoli sia questi che il caso dall’op.27 n.2 citato nel video – batt.20 primo tempo (esistono a riguardo ipotesi infondate e fuorvianti, che richiedono un’analisi interamente dedicata).

Prima di chiudere ti segnalo, sempre in riferimento al filmato, che la questione delle indicazioni a lapis sul manoscritto dell’op.90 è trattata da Norbert Gertsch qui.

La conclusione è che probabilmente si tratta di un’integrazione non di mano di Beethoven.

Il che porta a mettere nell’elenco delle cose di cui parlarti in futuro anche un “Come capire se un’aggiunta su un autografo è di Beethoven oppure no?”

Prossimamente tra queste pagine 😉

 

– Gabriele Riccobono –

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