Beethoven al pianoforte: le “note di troppo” della tradizione e perchè evitarle

Come ti ho mostrato nell’articolo precedente, la produzione per tastiera di Beethoven non era destinata allo strumento che noi oggi conosciamo col nome di pianoforte, quanto piuttosto al cosiddetto fortepiano.

I problemi nascono quando editori e interpreti alterano le parti originali, manomettendo di fatto l’idea musicale del compositore col pretesto di “attualizzarla” – di adattarla, cioè, al pianoforte moderno.

Il caso studio di oggi riguarda gli ottavamenti nel Prestissimo della Sonata op.109.

Alle battute 68 e 69 tradizione vuole che si aggiungano alcune ottave alla mano sinistra; un esempio nell’edizione curata da Hans von Bülow (Stoccarda, 1875 circa)

Beethoven al pianoforte

o nell’ incisione del 1950 di Wilhelm Backhaus, al minuto 3’25”.

La giustificazione di questo intervento suona sempre più o meno così: “dato che il suo strumento arrivava al massimo al Fa grave, Beethoven non ha potuto scrivere il Mi; ma se ne avesse avuto uno moderno…”

Ecco infatti cosa dice la Henle del 1980 nella nota a fondo pagina 278, dopo aver aggiunto le solite ottave (batt.68-69):

Beethoven 109

“Le quattro ottave gravi mancano nelle fonti; questo presumibilmente a causa dell’estensione limitata dei pianoforti dell’epoca, che partivano solo dal Fa”

In realtà, però, un Mi compare già nel primo movimento della stessa sonata, appena prima della ripresa:

Beethoven al pianoforte

e poco prima (batt. 13) è presente addirittura un Re#.

Eccezioni?

Direi di no, dato che

  • troviamo lo stesso Mi quattro anni prima già nella Sonata op.101
  • l’op.106 si spingeva fino ad un Do – che era appunto l’ultima nota disponibile sul fortepiano Broadwood del 1817 di Beethoven, oggi conservato al Hungarian National Museum di Budapest

Se dunque lo strumento, contrariamente ai luoghi comuni, consentiva già a Beethoven di scrivere un Mi nel passaggio in questione, il fatto che abbia preferito non farlo significa evidentemente che quelle ottave non le voleva.

Lo evidenzia bene lo stesso autografo:

Op.109 Manuscript_2

Si può naturalmente supporre che il movimento sia stato abbozzato in un periodo precedente, e sarà necessario verificare con attenzione nei quaderni di appunti questa possibilità.

Ma in quel caso, Beethoven avrebbe potuto integrare al momento della pubblicazione le note gravi, se le avesse volute.

Non lo ha fatto.

Parlando più in generale, sappiamo che intorno al 1816 (e poi ancora nel 1824) il compositore aveva preso in considerazione l’idea di lavorare a una nuova edizione della sua musica per tastiera con l’intento principale di sfruttare la maggior estensione dei nuovi strumenti a sei ottave.

A parte lo scopo commerciale e non estetico dell’operazione (pensata anzitutto per promuovere la vendita dei nuovi fortepiani dell’amico Streicher, stando a Thayer), però, la cosa restò sempre niente più che un’ipotesi mai attuata.

“E non poteva farlo qualcun altro?”, ti starai chiedendo.

Carl Czerny, che fu allievo di Beethoven, parlando della prassi già allora diffusissima di fare aggiunte e adattamenti a piacimento, raccomanda nella Pianoforte-Schule:

“[In pezzi] scritti per gli strumenti a cinque ottave dei tempi passati, il tentativo di usare le sei ottave (…) è sempre sconveniente”.

O ancora:

“Nell’esecuzione della sua [di Beethoven] musica, (…) l’esecutore non deve in alcun modo permettersi di alterare la composizione, né fare aggiunte o abbreviazioni.”

No alterations at all, insomma.

Il perché lo suggerisce lo stesso compositore in una lettera del 19 febbraio 1813 all’editore scozzese George Thompson:

“…Lei desidera che io modifichi i ritornelli e gli accompagnamenti. Sono molto contrariato di non poterLa accontentare. Non ho l’abitudine di ritoccare le mie composizioni. Non l’ho mai fatto, convinto della verità che qualsiasi modifica, seppur parziale, alteri il carattere della composizione.”

Del resto, come ha giustamente scritto il musicologo americano William S. Newman:

“Beethoven ha più volte affermato e dimostrato coi fatti che se un qualsiasi adattamento doveva essere fatto, soltanto il compositore era qualificato a farlo.”

Conclusione che, come vedremo insieme nei prossimi articoli, dimostra la sua validità anche in situazioni ben più complesse di un semplice ottavamento.

 

– Gabriele Riccobono –

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4 thoughts on “Beethoven al pianoforte: le “note di troppo” della tradizione e perchè evitarle

  1. Leonardo Mesini

    Come bisogna allora comportarsi a battuta 214 nel primo movimento dell’op. 90? Beethoven non aveva ancora a disposizione nel 1814 uno strumento che avesse il mi basso e per questo motivo in quel passaggio in ottave non segna il mi in ottava, ma le note seguenti (fa-sol-la-si) sono scritte con le rispettive ottave basse. Nello stesso passaggio a battuta 67, questa volta in si minore, Beethoven scrive le cinque note ascendenti tutte con le rispettive ottave basse. Credo che questo sia uno di quei casi in cui Beethoven si è scontrato con i limiti dello strumento è che, per questo motivo, sia giusto aggiungere il mi basso a battuta 214.

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  2. Gabriele Riccobono Post author

    Ciao Leonardo

    Quello dell’op.90 è un caso complesso perché a prima vista il Contra E mancante a battuta 214 sembra effettivamente evitata per un limite dello strumento (come scrivi, nel 1814 i fortepiani viennesi generalmente non andavano ancora oltre il Fa).

    Tuttavia, la prima volta che il disegno si presenta (batt. 67 e 71) il basso è per due volte una successione lineare e ininterrotta di 5 ottave ascendenti.

    Quando però viene ripreso (batt.210) c’è sì una serie di 5 ottave ascendenti Mi-Fa-Sol-La-Si, ma la prima di queste non è più un semplice raddoppio della linea del basso com’era a batt.67: il Mi più acuto è stavolta la risoluzione del Re# alla mano destra.

    Questo significa che il basso è ora costruito da una nota singola (il Mi) seguita da 4 ottave ascendenti.

    Dato che la prima volta Beethoven aveva mantenuto un’esatta simmetria tra le due enunciazioni ravvicinate del disegno (cinque ottave ascendenti a batt.67 e cinque a batt.71), per analogia lasciare, come fa Beethoven alla 214, il Mi senza raddoppio e farlo seguire dalle 4 ottave, come succede alla 210, è una soluzione di per sé sensata.

    Del resto Beethoven ha spesso dimostrato di saper sfruttare come stimolo creativo i “limiti” dello strumento…

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  3. Giacomo

    Si sente a pelle che mai si devono aggiungere ottave basse in Beethoven con la scusa che mancavano nello strumento. Concordo con Riccobono.

    Saluti Giacomo

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