Waldstein: è glissando oppure no?

Nel finale della Waldstein c’è un punto dall’interpretazione controversa: una successione di ottave su cui musicologi e pianisti dibattono da tempo…

“È glissando oppure no?”

Basta leggere qualche forum di pianisti online per accorgersi di quanti dubbi generi tra gli esecutori il passo a battuta 465 e seguenti del Rondò:

  • è un glissando?
  • sono ottave “di polso”?
  • vanno suddivise tra le due mani?

L’incertezza sembra nascere dall’assenza di un’esplicita indicazione del termine italiano “glissando”.

William Newman (University of North Carolina) parla ad esempio di “presunto uso della tecnica del glissando” da parte di Beethoven, dal momento che il termine non compare:

“…must be described as presumed uses because the word glissando does not accompany any of them.”

Ma siamo sicuri che gli elementi in nostro possesso non consentano di giungere comunque a un’ipotesi solidamente fondata?

Cominciamo col chiederci…

Il glissando era già utilizzato prima di Beethoven?

Esistono vari indizi sull’uso del glissando precedenti Beethoven – ad esempio nella raccolta di Pieces de Clavecin di Christophe Moyreau (op.1, 1753?):

glissando-moyreau

Un riferimento altrettanto chiaro è nel trattato Die wahre Art das Pianoforte di Johann Peter Milchmeyer (Dresda, 1797):

“Tra gli effetti più spettacolari da ottenere su un pianoforte includo i passaggi in terze, seste e ottave scivolate [schleifenden Oktaven] possibili solo in Do maggiore e su tastiere con una corsa non troppo profonda.”

Il glissando sembra non a caso la spiegazione più plausibile per passi come il seguente, dalla Fantasia op.58 di Joseph Haydn (1790)

Haydn

Pù esplicito l ‘Arciduca Rodolfo, allievo di Beethoven, in una sua composizione pianistica di soli cinque anni successiva alla Waldstein, le Variazioni in Sol maggiore (var.10, batt. 2):

Arciduca Rodolfo

[chiaramente il glissando in Sol maggiore è ineseguibile; Rodolfo potrebbe aver dimenticato il bequadro, oppure, come suggeriva l’amico Costantino Mastroprimiano, averlo considerato implicito nel “gesto”.]

Da ciò possiamo ricavare la certezza che ai primi dell’Ottocento la tecnica era già utilizzata, anche se non sempre accompagnata dalla relativa dicitura.

Veniamo dunque a Beethoven.

Il precedente del Concerto op.15

Anche alle batt.345-346 del primo movimento del Concerto per pianoforte n.1 (1797), il termine glissando non compare:

Concerto 1 autografo

Tuttavia

  • La presenza del Sol alla mano sinistra esclude la suddivisione delle ottave tra le due mani (a differenza di quello che molti pianisti fanno, anticipando arbitrariamente il Sol di una battuta);
  • Beethoven indica Allegro con brio. Non ci ha lasciato un metronomo, ma dove lo ha fatto ad Allegro non corrisponde mai (in 4/4) un tempo inferiore a minima = 80 bpm, molto vicino al minima = 88 che Carl Czerny consiglia per questo concerto: un tempo troppo rapido, evidentemente, per suonare le ottave “di polso”.

In più bisogna considerare che in genere, quando Beethoven desiderava ottave staccate, non solo ometteva la legatura, ma indicava esplicitamente i segni di staccato (cfr. ad es. le Variazioni “Righini”).

In altre parole, l’unica interpretazione verosimile di questo passo, sulla base dei dati attualmente noti e nel contesto in cui si trova, è un glissando.

E infatti, nel suo fondamentale testo sull’interpretazione della musica pianistica di Beethoven, Czerny scrive:

“Il ritorno del tema principale (dopo la seconda parte) consiste nello stesso scivolamento delle ottave che abbiamo già visto per la Sonata op.53.”

Non solo quindi il glissando era una pratica già esistente nel primo ‘800, ma lo stesso Beethoven lo ha molto plausibilmente utilizzato nell’op.15.

E, secondo Czerny, anche per il Rondò della Waldstein:

Il Prestissimo finale va eseguito il più velocemente possibile, sfruttando il pedale dove l’armonia lo permette. Il passaggio [in ottave] deve essere suonato facendo scivolare le dita sui tasti.

Torneremo tra poco sul caso Waldstein, dopo aver risposto a un quesito che, a questo punto, sorge spontaneo:

Perché la maggior parte dei pianisti, sia nell’op.53 che nel Concerto, esegue le ottave diteggiate?

Da dove nasce questa prassi contraddetta dalle informazioni che è possibile ricavare dalle fonti?

Semplificazioni in scale diteggiate come quella adottata qui da Barenboim sono frequentissime nelle sale da concerto.

Nell’edizione di Hans von Bülow/Sigmund Lebert della sonata si trovava, già nel 1871, la seguente:

Hans von Bulow

Ad accompagnarla, una nota molto importante ai fini della nostra indagine:

Le ottave strisciate alle due mani, e per di più in pianissimo, non possono essere suonate sui nostri pianoforti moderni. Il curatore ha modificato il passo, e l’effetto che ne risulta non tradisce le intenzioni del compositore.

All’origine del ritocco vi sarebbero dunque i non agilissimi Grand Pianos inglesi diffusi dopo la metà dell’800.

Anche Alfredo Casella, nell’edizione Ricordi del 1919, riconduce in parte il problema a una questione meccanica:

Non tutti i pianoforti odierni hanno tastiere che consentono il glissé pianissimo, né tutte le mani vi sono atte.

Quanto al riferimento alle mani, aveva già portato Czerny a introdurre un’analoga semplificazione in scale diteggiate “per pianisti dalle mani piccole“:

Czerny Waldstein

Riassumendo, le varianti nacquero per consentire l’esecuzione del passo anche in occasione di

  • limiti tecnici (una meccanica troppo pesante)
  • fisici (mani troppo piccole)

che rendono difficile e rischioso il glissando.

Su quale fosse l’intenzione originaria di Beethoven, tuttavia, sembrano non esserci dubbi: si parla sempre di “ottave scivolate”.

E in effetti sul manoscritto autografo…

L’indicazione originale di Beethoven

Come aveva fatto per l’op.15, Beethoven indica una legatura continua sopra le ottave.

In più aggiunge un’eloquente diteggiature 1-5:

Waldstein glissando

Considerata la velocità del passaggio (è Prestissimo, e per non spaventarti non ti dirò stavolta che tempi consiglia Czerny 😀 ) anche qui l’esecuzione di polso, in aperta contraddizione con la legatura, sembra da escludere.

Al momento non sorgono dubbi fondati sulla natura delle battute 465-475: la sola interpretazione che tiene conto di tutti i dati originali è il glissando.

Certo, non è comodissimo – soprattutto se non si hanno mani grandi come quelle di Maurizio Pollini.

Ma vedremo nel prossimo articolo alcune tecniche per affrontarlo nel migliore dei modi.

 

Gabriele Riccobono
riccobono[at]beethovenautentico.com


Riferimenti

Beethoven, Ludwig van

  • Concerto per pianoforte e orchestra op.15, manoscritto autografo; Berlino, Staatsbibliothek
  • Sonata per pianoforte op.53, manoscritto autografo; Bonn, Beethoven-Archiv
  • Sonaten und andere Werke für das Pianoforte; Cotta, Stoccarda, 1871 (a cura di Hans von Bülow & Sigmund Lebert)
  • Sonate per pianoforte – nuova edizione critica, riveduta e corretta da Alfredo Casella; Ricordi, Milano, 1919-1920 (a cura di Alfredo Casella)

Czerny, Carl

  • Supplement (oder 4.ter Theil) zur grossen Pianoforte-Schule op.500, Diabelli, Vienna, 1842

Milchmeyer, Johann Peter

  • Die wahre Art das Pianoforte su spielen; Dresda, 1797

Newman, William Stein

  • Beethoven on Beethoven: Playing His Piano His Way; New York, W. W. Norton & Co., 1988

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6 thoughts on “Waldstein: è glissando oppure no?

  1. Livio

    Ottimo articolo, Gabriele! Tra l’altro proprio domenica ho assistito all’esecuzione del primo concerto e quel passaggio mi ha lasciato un po’ perplesso… Sei stato puntuale!! 🙂

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  2. Leonardo

    Per quanto mi riguarda, non ho mai utilizzato la versione a due mani, peraltro di scarsa resa sonora. Zimmerman, a Vienna nel 1995, eseguiva i glissandi con una mutazione quasi improvvisativa del tempo del Rondò. Ed in ogni caso la tecnica del glissando era conosciuta; oltre gli esempi fatti nell’articolo, Haydn indica il glissando d’ottave (nell’estensione di una quinta discendente) anche nel suo bellissimo Rondò in do maggiore, e non é da escludere che Beethoven lo conoscesse.

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    1. Gabriele Riccobono Post author

      Grazie per il feedback Leonardo!

      E’ vero, ci sono molti casi precedenti dove il glissando è quantomeno probabile (l’esempio più famoso è sicuramente quello delle Variazioni K264 di Mozart).

      Ciò che mi dici di Zimerman invece è perfettamente in linea con il 99% delle letture tradizionali: in quel punto, rallentano…

      Mi trovi perfettamente d’accordo nel non usare semplificazioni di sorta, quando possibile 😉

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  3. Michele

    Io ho una estensione manuale abbastanza grande quindi posso permettermi la tecnica ad una mano ma, ad esempio, una mia collega che ha una mano molto piccola suona il glissando, ad ottave, a velocità non ridotta, con due mani. Ovviamente la destra glissa sulle note acute mentre la sinistra su quelle gravi.

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