Waldstein: è glissando oppure no?

C’è un punto di difficile decifrazione nel Finale della Waldstein, una successione di ottave su cui musicologi e pianisti dibattono da tempo…

“È glissando oppure no?”

Ho ricevuto l’altro giorno questo messaggio da parte di una giovane studentessa (a proposito, se anche tu hai dubbi, domande o curiosità di questo tipo, possiamo parlarne insieme sul gruppo Facebook di Beethoven Autentico):

Domanda FB

Il riferimento è al passo che va da battuta 465 e seguenti del Rondò.

Giusto per farti capire che il problema è serio e la confusione tanta e generalizzata, eccoti qualche citazione a caso da alcuni forum di pianisti online:

pianostreet.com

ABRSM forum

4

Non migliora certo le cose (anzi, ha contribuito a renderle quello che sono) la posizione ambigua di certa musicologia.

Persino il compianto Prof. William Newman della University of North Carolina, vera e propria autorità nel campo degli studi beethoveniani, resta sul vago e parla di “presunto uso della tecnica del glissando” da parte di Beethoven:

“…must be described as presumed uses because the word glissando does not accompany any of them.”

Dobbiamo quindi arrenderci e considerare del tutto irrisolvibile il problema?

Indizi dell’esistenza del glissando già in epoca beethoveniana

Ecco cosa scrive l’Arciduca Rodolfo d’Austria, allievo di Beethoven, in una sua composizione del 1809 (di soli cinque anni successiva alla Waldstein, quindi):

Arciduca Rodolfo

[Variazioni in Sol maggiore: var.10, batt. 2]

A parte la disattenzione (?) dell’autore (il glissando in Sol maggiore è ovviamente ineseguibile, e sembra implicito il bequadro) da ciò possiamo ricavare la certezza che la tecnica era già utilizzata ai primi dell’Ottocento, anche se quasi mai accompagnata dalla relativa dicitura.

In effetti già nel trattato di Johann Peter Milchmeyer (Dresda, 1797) si parlava di “schleifenden Oktaven”, ottave strisciate, scivolate:

“Tra gli effetti più spettacolari da ottenere su un pianoforte includo i passaggi in terze, seste e ottave scivolate, possibili solo in Do maggiore e su tastiere con una corsa non troppo profonda.”

Il glissando sembrerebbe non a caso la spiegazione più semplice per passi come quello in foto, dalla Fantasia op.58 di Joseph Haydn (1790):

Haydn

Ci sono altri precedenti espliciti, ad esempio nella raccolta di Pieces de Clavecin di Christophe Moyreau (op.1, 1753?):

glissando-moyreau

Ovviamente, se la tecnica esisteva già era possibile per Beethoven utilizzarla.

E infatti…

Il precedente del Concerto op.15

Quelle che vedi sono le batt.345-346 del primo movimento del Concerto per pianoforte n.1 (1797), naturalmente dal manoscritto autografo del compositore conservato presso la Staatsbibliothek di Berlino:

Concerto 1 autografo

Il termine glissando non compare, ma:

  • La presenza del Sol alla mano sinistra esclude categoricamente che le ottave vadano suddivise tra le due mani (a differenza di quello che molti pianisti fanno, anticipando arbitrariamente il Sol di una battuta).
  • Beethoven indica Allegro con brio. Non ci ha lasciato un metronomo, ma dove lo ha fatto ad Allegro non corrisponde mai (in 4/4) un tempo inferiore a minima = 80, molto vicino al minima = 88 che Carl Czerny consiglia per questo concerto: un tempo troppo rapido, evidentemente, per suonare le ottave “di polso”.

In più bisogna considerare che generalmente, quando Beethoven desiderava ottave staccate non solo ometteva la legatura ma, come spesso anche Clementi, indicava esplicitamente i segni di staccato – come nelle Variazioni “Righini”.

In altre parole, l’unica interpretazione verosimile di questo passo, sulla base dei dati attualmente noti e nel contesto in cui si trova, è un glissando.

E infatti, nel suo fondamentale testo sull’interpretazione della musica pianistica di Beethoven, Czerny scrive:

“Il ritorno del tema principale (dopo la seconda parte) consiste nello stesso scivolamento delle ottave che abbiamo già visto per la Sonata op.53.”

Non solo quindi il glissando era una pratica già esistente nel primo ‘800, ma lo stesso Beethoven lo ha utilizzato nell’op.15 e, secondo Czerny, anche per il Rondò della Waldstein:

Il Prestissimo finale va eseguito il più velocemente possibile, sfruttando il pedale dove l’armonia lo permette. Il passaggio [in ottave] deve essere suonato facendo scivolare le dita sui tasti.

Perché allora così tanti pianisti eseguono le ottave “a due mani”?

Così fa ad esempio Daniel Barenboim nel video qui sotto al min. 7’45”

Esistono molte varianti di questo passo; la soluzione da lui scelta è  un’evoluzione di quella introdotta nell’edizione di Hans von Bülow e Sigmund Lebert già nel 1871:

 

Hans von Bulow

La accompagna una nota:

Le ottave strisciate alle due mani, e per di più in pianissimo, non possono essere suonate sui nostri pianoforti moderni. Il curatore ha modificato il passo, e l’effetto che ne risulta non tradisce le intenzioni del compositore.

Il problema erano dunque i pesanti Grand Pianos inglesi diffusi dopo la metà dell’800, come conferma anche Alfredo Casella nell’edizione Ricordi del 1919:

Non tutti i pianoforti odierni hanno tastiere che consentono il glissé pianissimo, né tutte le mani vi sono atte.

Lo stesso Czerny, del resto, aveva ipotizzato già nel 1846 un’analoga semplificazione in scale diteggiate per “pianisti dalle mani piccole“:

Czerny Waldstein

Siamo di fronte a espedienti studiati per consentire l’esecuzione del passo anche in occasione di limiti tecnici (una meccanica troppo pesante) o fisici (mani troppo piccole) che rendono impossibile il glissando.

Sull’intenzione originaria di Beethoven, però, sembrano non esserci dubbi: si giunge sempre a parlare di “schleifenden Oktaven”.

Se diamo un’occhiata al manoscritto, infatti…

L’autografo della Waldstein

Eccolo, direttamente dagli archivi online del Beethoven-Haus di Bonn:

Waldstein glissando

Come aveva fatto per l’op.15, Beethoven indica una legatura continua sopra le ottave.

In più aggiunge un’eloquente diteggiature 1-5.

Considerata la velocità del passaggio (è Prestissimo, e per non spaventarti non ti dirò stavolta che tempi consiglia Czerny 😀 ) anche qui l’esecuzione di polso, in aperta contraddizione con la legatura, è da escludere.

Al momento non esistono quindi dubbi fondati sulla natura delle battute 465-475: la sola interpretazione che tiene conto di tutti i dati attualmente conosciuti è il glissando.

Che poi sia scomodo è evidente.

Ma se sei arrivato fin qui non sei certo di quelli che pensano con le mani, dico  bene?

 

– Gabriele Riccobono –

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6 thoughts on “Waldstein: è glissando oppure no?

  1. Livio

    Ottimo articolo, Gabriele! Tra l’altro proprio domenica ho assistito all’esecuzione del primo concerto e quel passaggio mi ha lasciato un po’ perplesso… Sei stato puntuale!! 🙂

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  2. Leonardo

    Per quanto mi riguarda, non ho mai utilizzato la versione a due mani, peraltro di scarsa resa sonora. Zimmerman, a Vienna nel 1995, eseguiva i glissandi con una mutazione quasi improvvisativa del tempo del Rondò. Ed in ogni caso la tecnica del glissando era conosciuta; oltre gli esempi fatti nell’articolo, Haydn indica il glissando d’ottave (nell’estensione di una quinta discendente) anche nel suo bellissimo Rondò in do maggiore, e non é da escludere che Beethoven lo conoscesse.

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    1. Gabriele Riccobono Post author

      Grazie per il feedback Leonardo!

      E’ vero, ci sono molti casi precedenti dove il glissando è quantomeno probabile (l’esempio più famoso è sicuramente quello delle Variazioni K264 di Mozart).

      Ciò che mi dici di Zimerman invece è perfettamente in linea con il 99% delle letture tradizionali: in quel punto, rallentano…

      Mi trovi perfettamente d’accordo nel non usare semplificazioni di sorta, quando possibile 😉

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  3. Michele

    Io ho una estensione manuale abbastanza grande quindi posso permettermi la tecnica ad una mano ma, ad esempio, una mia collega che ha una mano molto piccola suona il glissando, ad ottave, a velocità non ridotta, con due mani. Ovviamente la destra glissa sulle note acute mentre la sinistra su quelle gravi.

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