Non uniformare (sempre) Beethoven: il caso dell’op.28

By | 29/01/2018

Come comportarsi di fronte alle discrepanze tra le varie enunciazioni di un motivo? Sono volute? O si tratta piuttosto di sviste di Beethoven da correggere e uniformare?

L’autografo della Sonata op.28 ci offre a questo riguardo un caso studio di notevole interesse.

Nell’esposizione del primo tempo, a batt.4, l’edizione originale riporta una legatura da Sol a Mi,

Ed. originale op.28 (esposizione)

ma nel passaggio corrispondente della ripresa sono legate solo le ultime due note della misura (batt. 272):

Ed. originale op.28 (ripresa)

Non si contano le edizioni che hanno scelto di uniformare tra loro i due passaggi, legando sempre tre note – come ad esempio in Schenker, Casella o, prima ancora, Liszt (1857):

Liszt Beethoven op.28

L’intervento è sensato, ma presuppone un errore – di Beethoven, del copista o dell’incisore – a ben guardare non così plausibile.

Perché è difficile pensare a una svista

Come vedi, quando la frase viene ripetuta all’ottava superiore (battute 14 e 282) la discrepanza rimane:

op.28_prima edizione, b.14

[batt.14]

Edizione originale op.28, b.282

[batt.282]

Abbiamo cioè:

  • legatura da Sol a Mi a batt.4
  • legatura  da Sol a Mi a batt.14
  • legatura da Fa# a Mi a batt.272
  • legatura da Fa# a Mi a batt.282

È chiaro che la coerenza tra 272 e 282 rende poco convincente, per quanto non la escluda del tutto, l’ipotesi di un errore.

Osserviamo allora più da vicino le fonti per capire che cosa può essere successo.

Il manoscritto di Beethoven: la discrepanza è intenzionale?

La cosa affascinante dei manoscritti è che spesso lasciano trapelare stadi diversi del processo compositivo  – correzioni, rifacimenti, cancellature…

È ciò che accade per l’autografo dell’op.28, dove alcuni dettagli evidenziano in modo inequivocabile la volontarietà dell’indicazione di Beethoven.

Se infatti osserviamo attentamente la quarta battuta, notiamo che la legatura, in un primo momento posta sulle ultime due note, fu poi “allungata” all’indietro per contenere anche il Sol:

op.28 autografo beethoven

Allo stesso modo, una correzione di segno opposto appare, chiarissima, a batt.272: Beethoven cancellò la legatura più lunga (Sol – Mi) ponendone una nuova sulle ultime due note della battuta:

Manoscritto Beethoven op.28 batt.272

La differenza tra esposizione e ripresa sul manoscritto è dunque voluta.

Per questa ragione la si ritrova, tra l’altro, nelle più recenti edizioni critiche di Norbert Gertsch/Murray Perahia (Henle, 2008) e Jonathan Del Mar (Bärenreiter, 2016), che a questo riguardo scrive giustamente:

“La discrepanza [tra batt.4 e 272] è incontrovertibile.”

Una nota importante

Entrambe le correzioni manoscritte sono troppo palesi per essere sfuggite a occhi esperti; forse Schenker e gli altri colleghi non ebbero la fortuna di studiare l’autografo.

Ciò dovrebbe far riflettere sulla transitorietà di ogni conclusione, compresa quella attuale: esisteranno in ogni momento fonti non ancora disponibili o, peggio, perse per sempre.

In questa fase abbiamo semplicemente accertato che prima di andare in stampa Beethoven modificò le legature (ed è questa la versione che oggi ogni edizione dovrebbe riportare).

Possiamo però essere sicuri che non abbia successivamente cambiato idea?

Mai del tutto.

Vengono in mente le parole di Stephen Hawking:

“Qualsiasi teoria fisica è sempre provvisoria, nel senso che è solo un’ipotesi – in altri termini, non può mai essere dimostrata.

Per quante volte i risultati sperimentali siano stati in accordo con una teoria, non si può mai essere sicuri di non ottenere, la prossima volta, un risultato che la contraddica.”

Il futuro della nostra materia, allo stesso modo, rimane gravido di potenzialità.

Conclusioni

La differenza tra esposizione e ripresa, come abbiamo visto, è intenzionale.

Ciò conferma ancora una volta, mi sembra, che non sempre le discrepanze sono dovute a sviste, e non c’è dunque necessità di uniformarle sistematicamente come in uso tra molti revisori.

Se questa differenza di scrittura implichi una diversa esecuzione, e quale, è un tema controverso su cui torneremo certamente in futuro.

Per l’op.28 Del Mar scrive: “Perhaps Beethoven was thereby emphasizing g in 271/2, unresolved since 268, as again (sf) in 281.”

Ad ogni modo, l’essenziale in casi come questo è che le Urtext riportino (o almeno segnalino) ogni discrepanza, in modo che gli interpreti possano fare le proprie scelte in modo libero e consapevole.

 

Gabriele Riccobono
riccobono[at]beethovenautentico.com

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Riferimenti

Beethoven, Ludwig van

  • Gran Sonata. Op: 28 1801 da L. v. Beethoven; manoscritto autografo (1801) Bonn, Beethoven-Archiv BH 61
  • Grande Sonate pour le Pianoforte (…) Oeuvre XXVIII; edizione originale, Vienna, Bureau
    des Arts et d’Industrie, agosto 1802 (esemplare online: Bonn, Beethoven-Archiv Van der Spek C op. 28)
  • Sonaten für das Pianoforte Solo (…) unter Revision von Franz Liszt, Holle, Wolfenbüttel, 1857 (a cura di Franz Liszt)
  • Sonate per pianoforte – nuova edizione critica, riveduta e corretta da Alfredo Casella, vol.2, ed. Ricordi, Milano, 1919-1920 (a cura di Alfredo Casella)
  • Klaviersonaten: Nach den Autographen und Erstdrucken rekonstruiert von Heinrich Schenker, vol.2, Universal, Vienna, 1922 (a cura di Heinrich Schenker)
  • Klaviersonate Nr. 15 D-dur op. 28 (Pastorale),  G. Henle Verlag, Monaco 2008 (a cura di Norbert Gertsch & Murray Perahia)
  • Sonate in D für Klavier op.28 “Pastorale”, Bärenreiter, Kassel, 2016 (a cura di Jonathan Del Mar)

Hawking, Stephen W.

  • A Brief History of Time, Bantam Dell Publishing Group, London, 1988 (basato su J. B. Hartle & S. W. Hawking, Wave function of the Universe, in Physical Review D (Particles and Fields), Vol. 28, 15 dicembre 1983)

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