Urtext: puoi veramente fidarti? Ecco come mettere alla prova l’attendibilità delle tue edizioni

Il New Harvard Dictionary of Music definisce Urtext “un testo che si presume nel suo stato originario, senza successive alterazioni o integrazioni di un revisiore”.

Meno platonicamente, lavorando sulle fonti beethoveniane (autografi, copie, prime edizioni, liste di errata ecc.) saprai che esse veicolano di norma varianti contraddittorie e stadi di lavoro sovrapposti.

Per cercare di ricostruire le intenzioni del compositore, un intervento “critico” è dunque essenziale, a patto che sia sempre segnalato e, soprattutto, ben fondato.  

Purtroppo indicazioni come “Urtext”, “edizione critica” e simili, di per sé non sono garanzia di affidabilità e trasparenza.

Consideriamo due casi studio:

  • un’edizione della sonata Patetica op.13 (1997; revisore Peter Hauschild)
  • una dell’op.109 (originale 1952, ristampata nel 1980 con alcune correzioni; rev. Bertha Wallner)

Iniziamo da Hauschild. Allegro di molto e con brio, batt.99-100:

urtext-hauschild-1

Nell’unica fonte riconducibile a Beethoven, l’edizione originale pubblicata da Hoffmeister nel 1799, lo staccato è presente a batt.99 ma non a 100; nell’edizione in esame abbiamo dunque un’intervento del revisore.

A parte la discutibile omissione delle parentesi [ ] che ci toglie la possibilità di riconoscere immediatamente cosa è di Beethoven e cosa no, perché è introdotto uno staccato? È una scelta corretta?

Confrontando il passo di batt.99-100 con gli analoghi di

  • batt. 111-112
  • batt. 263-264
  • batt. 275-276

notiamo che in tutti e tre i casi il testo originale del 1799 e le sue ristampe (cfr. Eder, Vienna 1799) lo riportano senza, sia alla prima che alla seconda battuta:

Hoffmeister_1

È dunque possibile che l’anomalo e isolato Striche (il segno di staccato verticale tipico di Beethoven) sul Do di batt.99 nell’edizione originale fosse un errore dovuto a una disattenzione dell’incisore? (veniamo da sei battute di staccati continui…)

Così deve aver pensato chi curò l’edizione André del 1805, che a batt.99 rimuove lo staccato.

Il comportamento della nostra “Urtext” è invece alquanto curioso:

  • A batt.100 introduce senza parentesi [ ] lo Striche
  • Poi a 111-112 mette gli staccati, ma stavolta tra parentesi
  • Infine per gli ultimi due casi si attiene all’edizione originale: nessuno staccato

Una soluzione incoerente, influenzata forse dall’edizione Simrock del 1800 (numero di lastra 111), che fu la prima a inserire lo Striche sotto al Re di batt.100:

Simrock_op13

In effetti Hauschild avverte in prefazione:

“In caso di dubbio e per completare i segni di articolazione e le indicazioni esecutive (…) sono state consultate le pubblicazioni d’epoca. Le più importanti tra queste sono le edizioni di Nicolaus Simrock, editore di Bonn e amico di Beethoven…”

E ancora:

“Il periodo di pubblicazione e la cura editoriale fanno dell’edizione di Simrock, amico di Beethoven, un’importante fonte complementare alla prima edizione, soprattutto in mancanza dell’autografo.”

Il problema è che, amicizia tra i due a parte, non è possibile dimostrare alcuna supervisione di Beethoven sul lavoro di Simrock.

Al contrario, alcuni dettagli, di cui evidentemente il revisore non si è accorto, fanno propendere per l’estraneità di Beethoven a questa edizione.

Se egli avesse inviato a Simrock, poniamo, una lista di correzioni da fare rispetto all’edizione Hoffmeister, probabilmente non gli avrebbe chiesto di introdurre l’indicazione “rfz” al posto degli sforzati originali, come invece si ritrova:

Simrock_op13_2

Perché?

Semplicemente perché Beethoven non era solito utilizzarla.

Ora, è chiaro che di fronte a casi del genere non possiamo essere certi al 100% dell’una o dell’altra lettura, ma il punto è che, come vedi, anche davanti a una rinomata Urtext il margine di discussione può restare molto ampio.

Certamente non siamo alle prese con “un testo che si presume nel suo stato originario”.

Passiamo ora all’altro caso in esame, dall’edizione di Bertha Wallner.

Op.109, Andante, batt. 9-10:

Beethoven Urtext

Come vedi la legatura inizia qui sul primo Si.

Dando però una rapida scorsa al manoscritto autografo, vediamo che la legatura inizia non dalla prima, ma dalla seconda nota della misura:

Urtext

Anche l’edizione originale della Sonata (Schleisinger, 1821) segue la lezione del manoscritto, e in nessun’altra fonte oggi disponibile sono presenti indicazioni diverse: non negli appunti, né nelle lettere o nelle liste di correzioni per gli editori.

Dato che anche nella ripresa del tema a batt.196 Beethoven e Wallner rimangono sulle rispettive posizioni (lui rimette la legatura sul secondo Si, lei sul primo) è evidente che ci troviamo di fronte a un intervento volontario della curatrice.

Può una Urtext spostare le legature a Beethoven senza neppure segnalarlo? 

Il dettaglio non è insignificante: a batt.11-12 è lo stesso Beethoven a correggere una legatura da Mi a Sol, segno che per lui una differenza doveva pur esserci:

Manoscritto 109

A questo proposito, riferendosi alle battute 169 e seguenti del terzo tempo del quartetto op.132, Beethoven scrive, nella lettera al suo assistente Carl Holz del 15 agosto 1825:

“…le legature devono stare dove sono.”

Tornando a noi, è chiaro che la nostra Urtext ha alterato il testo – e senza segnalare in alcun modo il suo intervento.

Pur con tutte le scusanti del caso (si tratta di un’edizione del 1952) non possiamo non chiederci: oggi può ancora esserci posto per simili operazioni?

Scrive giustamente Barry Cooper che lo scopo di un’edizione di questo tipo dovrebbe essere anzitutto quello di metterci in grado di capire cosa c’è nelle fonti:

“Dovrebbe sempre essere possibile per un esecutore ricostruire quello che c’è nelle fonti originali (o almeno nella fonte principale) a partire dalle informazioni fornite dall’edizione.”

Come?

Mettendoti a disposizione, per prima cosa, almeno questi cinque strumenti…

#1 L’elenco delle fonti originali

Nella tua edizione c’è un elenco delle fonti principali? Come sono state selezionate? Sono citati il manoscritto autografo, le eventuali copie corrette, gli schizzi, le edizioni originali, le liste di correzioni? Ti dice dove sono conservati? 

Per esempio nel caso dell’op.109 un elenco di questo tipo potrebbe indicare:

  • gli schizzi, contenuti nel quaderno di appunti dell’inverno 1819/1820 (Bonn, Beethoven-Archiv)
  • il manoscritto autografo originale di Beethoven, di cui oggi resta solo un frammento di un paio di pagine (Vienna, Gesellschaft der Musikfreunde)
  • il secondo manoscritto, sempre di Beethoven, con alcune sue correzioni a matita (Washington, Library of Congress)
  • la prima edizione, pubblicata da Schleisinger (Bonn, Beethoven-Archiv)
  • la lista di 17 correzioni preparata da Beethoven, inviata a Schleisinger con la lettera del 13 novembre 1821 (Londra, British Library)

Naturalmente le fonti devono essere esclusivamente autentiche, ossia riconducibili a Beethoven.

#2 L’analisi genealogica delle fonti

La tua edizione parla delle relazioni tra le fonti? Puoi sapere in cosa differisce una da un’altra e il perché di queste differenze? Su quale fonte era basata la prima edizione? E quelle successive? Ci sono fonti inutilizzate?

Prendendo ad esempio la lista di 17 correzioni per l’op.109 preparata da Beethoven, andrebbe segnalato che nessuna di queste è mai stata adottata dagli editori dell’epoca. Allo stesso tempo, però, la copia della prima edizione conservata a Bonn ha 16 di quelle stesse correzioni (fatte a mano) ed altre 4 provenienti da una fonte non identificata…

Un discorso simile andrebbe fatto per ognuna delle fonti.

#3 L’indicazione della fonte principale della tua Urtext

Puoi sapere su quale fonte si basa principalmente l’edizione? Perché è stata scelta proprio quella tra le varie possibilità? E in cosa si è invece preferito seguire le altre?

#4 La segnalazione degli interventi editoriali

Ci sono note a fondo pagina con spiegazioni? Passaggi musicali tra parentesi? Righi con versioni alternative? Rimandi al commento critico?

 Si tratta delle indicazioni che devono permettere all’esecutore nella maniera più immediata possibile di “ricostruire quello che c’è nelle fonti originali a partire dalle informazioni fornite dall’edizione”.

#5 Il commento critico

Il commento critico è un testo che il curatore scrive come corollario al suo lavoro per spiegare meglio le questioni legate alle varianti, ai problemi esecutivi ecc.

Di solito è chiamato in uno di questi modi:

  • Critical (o Textual) Commentary
  • Critical Report
  • Revisionsbericht

La tua edizione ne ha uno? (ricorda che a volte potrebbe essere stampato su un volume a parte). Il curatore spiega come si è comportato in caso di differenze tra le fonti? Quali ha seguito? E perché?

Chiaramente questa non è che una prima verifica; del resto parleremo prossimamente.

Bene, direi che per oggi ci siamo.

Mettiti all’opera, dunque; e qualsiasi dubbio o domanda ti venga in mente… la sezione Commenti qui sotto è fatta apposta per te 😉

 

– Gabriele Riccobono –

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6 thoughts on “Urtext: puoi veramente fidarti? Ecco come mettere alla prova l’attendibilità delle tue edizioni

  1. Andrea Emanuele

    Ciao. Sono pienamente d’accordo con quanto scritto in quest’articolo, e vorrei sapere: tu, per esperienza, quali edizioni consiglieresti per Beethoven? In particolare mi riferisco alle Sonate per Pianoforte, e alla Musica da Camera con pianoforte in generale.

    Reply
    1. Gabriele Riccobono Post author

      Grazie Andrea!

      Mi fai una domanda a maglie un po’ larghe, è difficile risponderti così in generale.

      Di massima posso dirti che per quanto riguarda la musica pianistica di Beethoven Urtext affidabili sicuramente ce ne sono – la nuova edizione iniziata da Jonathan Del Mar ad esempio è un vero gioiello.

      In ogni caso, però, bisogna fare attenzione a non cadere nel tranello “edizione autentica” = “interpretazione autentica”.

      Il testo di partenza è solo uno degli elementi di un sistema molto più articolato, e da solo è assolutamente insufficiente al nostro scopo di suonare Beethoven… come lo ha scritto Beethoven!

      Ricordi la famosa frase di Couperin? “Noi scriviamo in modo diverso da come eseguiamo.”

      Suonare su una buona Urtext seguendo però le prassi esecutive “moderne” ci porterebbe comunque fuori strada…

      Ciò detto, qualsiasi edizione ti capiti tra le mani tu sottoponila al Test di cui ho parlato nell’articolo e vedrai che sarai già al riparo da molti dei possibili problemi 😉

      Reply
  2. Diego Cantalupi

    Vero che anche l’autore può sbagliare, altrettanto vero che voglio essere io, con le mie competenze, a valutare se si tratti davvero di un errore, o di una scelta non compresa dal revisore (che lo reputa errore).
    Purtroppo il confronto col manoscritto è a mio avviso sempre necessario, e neppure il facsimile è sempre affidabile: conosco almeno due editori di facsimili che effettuano qualche piccolo cambiamento grafico al fine di riconoscere se eventuali fotocopie derivino dalle loro pubblicazioni.

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    1. Gabriele Riccobono Post author

      Esatto Diego!

      Il problema è appunto che mentre la curatrice di questa datata ma diffusissima edizione promette un lavoro “free of all arbitrary editorial additions and emendations“, dall’altro, come abbiamo visto, alla prova dei fatti ci accorgiamo che le cose non stanno sempre così.

      Come giustamente scrivi, il confronto con le fonti resta essenziale, anche se da solo non è sufficiente per venire a capo di situazioni complesse.

      Se la Wallner avesse ad esempio conosciuto il significato pratico con cui Beethoven usava i segni di legato, non sarebbe caduta in errore, nè nella 109, nè altrove.

      Per risolvere questo tipo di problemi bisogna leggere i documenti alla luce della prassi esecutiva beethoveniana, non il contrario…

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  3. Stüve Michael

    Bravissimo! E quanto lontano dalla quotidianitá del nostro lavoro: URTEXT come pubblicitá, non come ‘Verpflichtung’. Daltronde, la ‘correttezza’ di Beethoven stesso durante la fase della pubblicazione delle sue opere, lo so sa, talvolte si limitava esclusivamente a problemi del testo…

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