Il pianoforte di Beethoven non era un pianoforte

By | 26/11/2015

“Ascoltare Beethoven sugli strumenti di oggi è sempre sentire una sorta di trascrizione. Coloro che nutrono ancora delle illusioni a questo riguardo le perderanno andando a visitare un museo di strumenti antichi.”

(Alfred Brendel)

Per che strumento a tastiera ha veramente scritto Beethoven?

Nel 1782, agli inizi della sua carriera musicale e pochi mesi prima di diventare continuista nell’orchestra del Teatro di Bonn, Beethoven appose al frontespizio delle Variazioni WoO 63 l’indicazione ‘Pour le Clavecin’.

Indicazione che ritroveremo spesso, nella doppia nomenclatura ‘Pour le Clavecin ou Forte-Piano’ [o Piano-Forte]  su buona parte della sua produzione giovanile.

Beethoven Clavecin

Frontespizio delle Sonate op.2 (Artaria, Vienna 1796): ‘Pour le Clavecin ou Forte-Piano’

Ecco un breve saggio delle indicazioni di Beethoven (e dei suoi editori: c’è una componente commerciale da tenere in considerazione in queste scelte) relative alla produzione settecentesca:

  • 1782 – Variazioni WoO 63 “puor le Clavecin“.
  • 1783 – “Drei Sonaten fürs Klavier” WoO 47 e “Concert pour le Clavecin ou Fortepiano” WoO 4
  • 1795 – Trii op.1 “pour le Piano-Forte, Violin, et Violoncelle” (qui compare per la prima volta il termine Pianoforte)
  • 1797 – Sonata op.6 “Pour le Clavecin ou Forte-Piano

Clavecin a parte, abbiamo Klavier, Fortepiano e Pianoforte, elenco a cui si dovrà poi aggiungere il celebre Hammerklavier – che Neefe, maestro di Beethoven, citava già nel 1787:

“[a Bonn] il pianoforte è molto apprezzato. Ci sono molti Hammerclaviere della ditta Stein di Amburgo, e altri egualmente buoni.” (fonte)

Almeno quattro nomi diversi, dunque – e potremmo andare avanti.

Klavier è un termine generico.

La parola tedesca sta molto semplicemente per “tastiera” e nel secondo ‘700 poteva indicare un clavicembalo, un fortepiano, un clavicordo.

Il titolo completo del saggio di C.P.E. Bach, Versuch über die wahre Art, das Clavier zu spielen – testo che Beethoven consigliò a Czerny e che tratta di clavicembalo, clavicordo e fortepiano – è traducibile appunto come “Saggio sulla vera maniera di suonare su tastiera”.

Più specifico Hammerklavier: letteralmente, tastiera a martelli, che restringe il campo al fortepiano, equivalendo dunque ai rimanenti Piano-forte e Forte-piano.

Questi ultimi erano infatti per Beethoven sinonimi, indicavano lo stesso strumento: quella temporanea declinazione storica del pianoforte che oggi, per convenzione, chiamiamo fortepiano.

Beethoven ha composto prevalentemente per lo strumento che oggi, per convenzione, chiamiamo fortepiano.

Lo strumento a sei ottave n.7362, casse di metallo e legno,  che Thomas Broadwood inviò a Beethoven alla fine del 1817*

Usare il termine “fortepiano” in opposizione a “pianoforte” è un espediente adottato in ambito accademico per sottolineare la diversità tra quelli che erano i primi modelli di pianoforte e gli attuali:

“Quando Beethoven pubblicò le sue prime sonate negli anni ’80 e ’90 del Settecento, gli strumenti per cui scrisse erano profondamente diversi dal pianoforte moderno – così diversi, che a volte oggi vengono chiamati fortepiani per non confonderli.” (Barry Cooper)

In cosa consisteva questa diversità?

Scrive Sandra P.Rosenblum:

“In realtà la parola fortepiano non indicava qualcosa di ben definito, in quanto gli strumenti non solo differivano da luogo a luogo, ma andavano rapidamente modificandosi un po’ dovunque. Ciò nonostante, tutti i fortepiani del periodo Classico mostrano un certo numero di caratteristiche che li differenziano dai moderni pianoforti.”

Vale a dire:

  1. Il doppio scappamento (meccanismo brevettato dal costruttore francese Érard nel 1821, che permette di ribattere lo stesso tasto a brevissima distanza di tempo)
  2. Il telaio interamente metallico (invenzione dell’americano Alpheus Babcock risalente al 1825, avrebbe consentito una maggiore tensione delle corde e, quindi, un maggior volume di suono)
  3. La copertura dei martelli in feltro (intuizione di Henry Pape attuata a Parigi nel 1826, che si sostituì ai tradizionali rivestimenti in pelle, con ovvie implicazioni timbriche)

Senza considerare la diversa corsa del tasto, i particolari pedali, le corde dei bassi più spesse, la minor caratterizzazione dei registri, la maggior estensione della tastiera e così via.

Questi elementi, caratteristici del pianoforte moderno, non erano ancora presenti sugli strumenti più diffusi a Vienna durante la vita di Beethoven.

Chiaramente stiamo schematizzando le cose (i cambiamenti furono graduali, molte erano le scuole costruttive, ci furono soluzioni sperimentali…), per sottolineare come gli strumenti posseduti o utilizzati da Beethoven, nel complesso, avevano relativamente poco a che fare con gli attuali.

Erano infatti dei “fortepiani” il Walter e lo Stein che aveva suonato nei primi anni viennesi, così come l’Érard regalatogli nel 1804, lo Streicher-Stein del 1810, il Broadwood del 1817 e, da ultimo, il Graf del 1825.

Peculiarità che ci fanno capire, anche se per il momento in via intuitiva, perché “ascoltare Beethoven sugli strumenti di oggi è sempre sentire una sorta di trascrizione.”

Pian piano, approfondiremo.


 

Gabriele Riccobono
info@beethovenautentico.com


*Lo strumento fu donato a Beethoven dal costruttore inglese Thomas Broadwood (cfr. lettera a Beethoven del 3 gennaio 1818), che lo aveva selezionato con l’aiuto di cinque musicisti: Johann Baptist Cramer, Jacques-Godefroi Ferrari, Friedrich Kalbrenner, Charles Knyvett e Ferdinand Ries. Le loro firme accompagnano la frase in latino citata da Smart:

“Hoc Instrumentum est Thomae Broadwood (Londrini) donum propter ingenium illustrissime Beethoven”.

Nel 1845, dopo essere appartenuto a Carl Anton Spina, il pianoforte entrò in possesso di Liszt, che nel 1874 lo avrebbe donato al Museo Nazionale di Budapest, dov’è tutt’ora custodito.

Qui Melvin Tan vi esegue le bagatelle 4, 5 e 6 dall’op.126.

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