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Beethoven Autografo Sinfonia 9 RE

Quando la tradizione tradisce Beethoven: il si bemolle apocrifo nella Nona sinfonia

“Tanto peggio per i fatti se non si accordano con la teoria”, pare abbia detto una volta Hegel, scherzando, ai suoi studenti.1 

Alcuni musicologi troppo zelanti devono però averlo preso alla lettera, a giudicare dal loro comportamento rispetto a un particolare passaggio della Nona sinfonia.

Nell’Allegro ma non troppo, un poco maestoso, battute 80-84, ti sarà familiare questa successione di quarte e quinte ascendenti.

Il si bemolle a Flauto I e Oboe I (batt.81) si trova su tutte le edizioni moderne della sinfonia — tranne una, come vedremo — e di conseguenza nella quasi totalità delle esecuzioni.

Eppure basta una rapida occhiata all’autografo per accorgersi che Beethoven in quel punto ha scritto re, non si bemolle.

Beethoven Autografo Sinfonia 9 RE

Re che, coerentemente, ritroviamo nell’edizione originale (Schott, agosto 1826), sia in partitura che nelle parti staccate del flauto

e dell’oboe.

Lo stesso re è su tutte le altre fonti originali attualmente note (incluse le copie manoscritte corrette personalmente dal compositore).

Qual è allora la genesi del si bemolle? Chi lo ha introdotto e perché?

“Un mistero circonda una delle frasi di questa sezione melodica. A batt.81 sia l’autografo che la prima edizione danno la croma di flauto e oboe Re e non Si bemolle (…) come appare invece in tutte le edizioni correnti…” 2

L’introduzione del si bemolle

La prima fonte al momento nota su cui compare il si bemolle risale all’incirca agli anni 1861-1863.

Ciò significa, come dicevamo, che partiture, materiali d’orchestra e riduzioni stampate nei 35 anni successivi alla morte di Beethoven (e arrivate sino a noi) presentano tutte il re indicato dal compositore.

Così ad esempio la trascrizione di Czerny (1829)

quella di Wagner, a cui il compositore di Lipsia lavorò tra l’estate del 1830 e la Pasqua dell’anno successivo,

o ancora quella di Liszt per due pianoforti (S.657, 1853?).

La revisione fu invece operata nell’ambito della Gesamtausgabe di Breitkopf & Härtel — un testo influente, adottato per decenni.

Breitkopf Bernstein
Un esemplare dell’edizione Breitkopf con le annotazioni di Leonard Bernstein

Visto che il si bemolle vi è introdotto senza alcuna segnalazione, possiamo immaginare quanti musicisti lo abbiamo involontariamente considerato autentico.

“Le false opinioni — ha scritto De Maistre — somigliano alle monete false: coniate da qualche malvivente e poi spese da persone oneste, che perpetuano il crimine senza saperlo.”

Dopo la Gesamtausgabe

Il si bemolle suggerito nella Breitkopf venne presto ripreso da molti altri grandi editori. Si ritrova ad esempio nella nuova Schott del 1867

o nella trascrizione di Liszt per pianoforte solo (1865?).

Ci furono delle resistenze, come la versione per violino e pianoforte di Hermann del 1875, ma il si bemolle diventò in breve la norma – e vedremo a breve una possibile ragione.

L’alterazione viene riconfermata anche nella recente “Urtext” curata da Peter Hauschild sempre per Breitkopf,

con, però, un significativo progresso rispetto alla precedente: i si bemolle sono finalmente segnalati in nota come assenti dalle fonti originali:

* Fl. I / Ob. I re3 / re2 in tutte le fonti; cfr. commento critico.

Ma se le fonti sono tutte concordi nel riportare re e non si bemolle, perché il revisore mantiene i si bemolle?

E perché, soprattutto, si è introdotta e consolidata questa correzione?

Le ragioni dell’alterazione

Scrive Hauschild nel commento critico a cui rimanda:

“…a sostegno di ciò, il fatto che nella ripetizione variata a batt.85 e seguenti, nello Sviluppo a batt.276 e seguenti, e nella Ripresa a batt. 346 e seguenti, [Beethoven] abbia segnato solamente la musicalmente coerente seconda discendente sib-la oppure la-sol diesis e re-do diesis.”

Il si bemolle è preferito in quanto uniforma le batt.80-84 alle altre apparizioni del tema, ad esempio con la frase a 275-279.

Lo stesso ragionamento, possiamo supporre, dei curatori della Gesamtausgabe3.

Beethoven si sarebbe dunque sbagliato.

Eppure, più di un’evidenza ci orienta in direzione opposta.

4 ragioni per cui l’errore di Beethoven non è probabile

Ci sono vari elementi che indeboliscono la tesi di una svista da parte del compositore.

Vediamo i 4 principali:

(1) Sono moltissimi i casi in cui Beethoven differenzia le ripetizioni, sia ravvicinate che tra una sezione e l’altra

E non solo per aspetti macroscopici, ma anche sfumature più sottili — talvolta anche una semplice articolazione.

Solo per citare due casi già discussi su questo blog, abbiamo

op_109-autografo
  • la differenza tra esposizione (batt.4) e ripresa (batt.272) nel primo movimento dell’op.28.

La “coerenza musicale” di cui parla Hauschild non sembra allora essere, almeno in Beethoven, vincolante.

(2) Beethoven non ha scritto un solo re, ma due, e su due ottave diverse.

“Beethoven ha scritto la nota per ben due volte, sia al flauto (all’ottava più acuta) che all’oboe (in quella più grave).”4

E’ evidente come ciò abbassi di per sé la probabilità di un errore, come ha già osservato Jonathan Del Mar.

(3) Beethoven non ha mai corretto il presunto errore e il re fu plausibilmente suonato anche alla prima esecuzione, da lui supervisionata

Sì, potrebbe essergli sfuggito, nonostante i numerosi giri di correzioni documentati dalle fonti relative alla sinfonia.

Ma se osserviamo attentamente la batt.81 sull’autografo, noteremo che Beethoven ha rimarcato il rigo del Flauto I.

Sinfonia 9 Re manoscritto

Potrebbe essere dovuto a una correzione operata in quel punto grattando via qualcosa scritto in precedenza?

Ciò abbasserebbe ulteriormente la probabilità dell’errore.

Da una foto non è possibile controllare questa ipotesi, ma mi riprometto di farlo non appena avrò modo di visionare di persona la fonte alla Staatsbibliothek.

Se ti interessa, ne riparleremo allora sul nostro gruppo: https://facebook.com/groups/beethovenaut

(4) Un errore di questo tipo sarebbe anomalo per Beethoven, non rientrando nelle tipologie di sviste più frequenti

Non siamo cioè in presenza di una voltata, non abbiamo a che fare con alterazioni di strumenti traspositori, né con particolari tagli addizionali e così via.

Caso non paragonabile, quindi, a quelli ad altissima probabilità di errore, come il re# nell’op.27 n.2 di cui, ricorderai, ci siamo occupati di recente per il Conservatorio di Venezia.

Inoltre, ovviamente, il re era perfettamente eseguibile sugli strumenti dell’epoca.

Non possono dunque sorgere dubbi su indicazioni dettate da “limiti” meccanici.

Come quelli che qualcuno chiama in causa, per intenderci, per il tremolo aggiunto da Toscanini nel finale della Quinta sinfonia (intervento ancora una volta improprio, che si ricollega alle citate questioni di “simmetria”).5

Potremmo andare avanti chiamando in causa altri elementi che indeboliscono l’ipotesi “si bemolle”.

Te ne citerò invece uno che, secondo Hauschild, la supporta.

L’obiezione del revisore della Breitkopf

Leggiamo sempre sul commento critico:

“È immaginabile che, scrivendo questo tema secondario nella battuta 81 del primo movimento [Beethoven] avesse ancora “nell’orecchio” il tema principale del terzo movimento e la sua quarta discendente re-la e l’abbia ripresa per errore.”

Questa congettura è dovuta al fatto che Beethoven sembra aver annotato il tema delle batt.80-84 dopo aver lavorato al quello dell’Adagio molto e cantabile, caratterizzato proprio dall’intervallo re-la.

Nottebohm, citato da Hauschild, riporta ad esempio in Skizzen zur neunten Symphonie questo appunto.6

Ebbene, cosa prova ciò?

Assolutamente nulla.

Anzi, il discorso è facilmente ribaltabile — e proprio usando come argomento quella “coerenza” o tanto cara agli analisti.

Si potrebbe, cioè, sostenere che Beethoven abbia volontariamente inserito il re al posto del si bemolle per richiamare quell’intervallo di quarta discendente che ha un ruolo importante altrove nella sinfonia.

Ovviamente non lo faremo: simili considerazioni non hanno alcun peso probatorio, né in un senso né nell’altro.

Tra abitudine e bias cognitivi: perché la nostra mente è refrattaria al re?

Rispondere a questa domanda significa anche capire cosa ha determinato la fortuna del si bemolle apocrifo.

La nostra ipotesi è che qui, come nei casi analoghi, entrino in gioco alcuni

A ciò si deve chiaramente aggiungere, dopo quindici decenni di tradizione,

  • l’abitudine al si bemolle
  • il timore di turbare il pubblico o di sembrare forzatamente “maverick”

“…il si bemolle è così familiare alle nostre orecchie che un ritorno al re farebbe alzare ogni sopracciglio nella sala, una reazione poco desiderabile anche qualora si dimostrasse che il re non sia dovuto a un lapsus della penna di Beethoven.” 8

Presumo sia per una di queste ragioni che Claudio Abbado, pur sapendo il re originale, abbia perseverato nell’adottare la correzione tradizionale.

“C’è una nota che ho corretto nella Sinfonia Corale e che Claudio Abbado si è rifiutato di riconoscere. Deve però accettare che ciò che esegue è una nota che fu cambiata negli anni ’60 dell’Ottocento, più di trent’anni dopo la morte di Beethoven.”9

Il ritorno al re originale di Beethoven

Non tutti hanno reagito come Abbado.

Dopo che Jonathan Del Mar ha per primo e giustamente reintegrato il re in partitura nell’edizione da lui curata per Bärenreiter10, l’indicazione di Beethoven è stata recuperata anche in sala da concerto e di incisione.

Siamo per questo grati a direttori come Sir Charles Mackerras — o Sir Simon Rattle, che ce ne dà qui un saggio insieme ai Berliner Philharmoniker.

Non possiamo chiudere questo articolo senza un omaggio a Sir George Grove, che già nel 1896 riportava a pag.342 del suo testo sulle sinfonie di Beethoven11 il passaggio nel modo corretto.

Non si tratta di un caso, dal momento che, come lui stesso segnala, aveva basato il suo lavoro sull’edizione originale.

Cosa tutt’altro che scontata, nel 1896.

Gabriele Riccobono

Ringrazio come sempre i colleghi Giuseppe Mariotti e Rinaldo Nani per i contributi alle ricerche.


Riferimenti

  1. Wenn die Tatsachen nicht mit der Theorie übereinstimmen, um so schlimmer für die Tatsachen.” Lukács, nel suo famoso saggio sul marxismo del 1919, attribuisce invece la frase a Fichte.
  2. Norman Del Mar, Conducting Beethoven, vol. I, pag.174 (Oxford, 1992)
  3. L’edizione non è firmata, ma del team che lavorò all’opera si ricordano musicisti come Julius Rietz o Carl Reinecke.
  4. Jonathan Del Mar, Editing Beethoven, in Musical Opinion, settembre-ottobre 2009
  5. Nelle registrazioni della sinfonia n.5 dirette da Arturo Toscanini, è evidente un ritocco alla parte dei timpani (Allegro finale, batt.177-118). Al posto della pausa prevista da Beethoven, Toscanini inserisce un tremolo (re) analogo a quello (do) delle precedenti misure 114-115. Toscanini era solito adottare molte delle tradizionali revisioni introdotte da Wagner, von Bulow, Mahler, Strauss, ecc.; in questo caso, tuttavia, non abbiamo rinvenuto (almeno per il momento) nessun riferimento a questa “geminatio” dei timpani anteriore allo stesso Toscanini. Sebbene non si possa ancora escludere un’origine diversa (da Martucci? da altre fonti non documentate?) è possibile che la mano sia quella del direttore italiano. L’intervento, presente già dalla registrazione con l’orchestra della Scala del 1920, sarà ripreso successivamente da interpreti come Guido Cantelli.
  6. In Zweite Beethoveniana, pag.177
  7. cfr. Tatsuji Takahashi, Masahiro Nakano, Shuji Shinohara, Cognitive Symmetry: Illogical but Rational Biases, in Symmetry: Culture and Science, 2009. Per una prima introduzione alle nostre ricerche in merito cfr, l’intervista a Rinaldo Nani, Ricerca musicale e matematica: un consolidamento inevitabile (2018). Il tema è di fondamentale importanza e verrà ripreso e approfondito più avanti.
  8. Norman Del Mar, Conducting Beethoven, vol. I, pag.174 (Oxford, 1992)
  9. Jonathan Del Mar in un’intervista su Classicfm: Uncovering mistekes in Beethoven’s manuscript
  10. BÄRENREITER URTEXT BA 9009, Kassel, 1996
  11. Sir Georg Grove, Beethoven and His Nine Symphonies (Londra, 1896)

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