Il crescendo a batt.382 del Finale dell’Eroica è di Beethoven oppure no?

Il caso di cui parliamo oggi riguarda il crescendo che tutti siamo abituati ad ascoltare a batt.382 del Finale dell’Eroica: è di Beethoven oppure no?

Eccolo annotato in rosso da Leonard Bernstein nella sua partitura, conservata presso gli archivi della New York Philharmonic:

eroica_bernstein

Non si tratta però di un’invenzione del direttore statunitense: il crescendo è ripreso dalla parte dei Violini I della stessa edizione (la storica Breitkopf del 1862)

eroica_bernestein_parte_crescendo

Ma sulle fonti originali compariva?

Crescendo or not crescendo, that is the question

Dato che l’autografo dell’Eroica non si è conservata, cominciamo col dare un’occhiata alla copia realizzata da Benjamin Gebauer (1805 circa, con evidenti correzioni di Beethoven)

Eroica copia 1805

e all’edizione originale delle parti, pubblicata dal Bureau des Arts et d’Industrie nell’autunno 1806

eroica_first_edition

In entrambi i casi, come vedi, non c’è nessun crescendo.

Anche le fonti indirette (quelle non riconducibili a Beethoven) ci confermano che, almeno fino alla metà dell’800, il passo appariva in modo diverso da oggi.

Così ad esempio la trascrizione per pianoforte a quattro mani di Czerny (1829),

eroica_czerny_2pf

o quella per fl., vl, cello e pf. di Hummel (data incerta, ma anteriore al 1837)

eroica_hummel

E ancora, nella partitura pubblicata da Simrock – nell’immagine un esemplare posseduto da Ureli Corelli Hill, altro direttore della New York Philharmonic (dal 1842)

eroica_simrock_newyork

o nella celebre  trascrizione di Liszt del 1865, e così via.

eroica_liszt

Il crescendo non è riconducibile a Beethoven, che al suo posto ha al contrario indicato un p seguito da quello che oggi chiameremmo un subito f

A quanto mi risulta (in questo momento, però, non ho ancora finito di analizzare le edizioni del secondo ‘800) il crescendo compare per la prima volta proprio nella parte dei Violini primi in Breitkopf 1862.

Dato che questa è rimasta per decenni – per alcuni lo è ancora – l’edizione di riferimento dell’Eroica, puoi immaginare quanti direttori abbiano fatto eseguire il passo nel modo sbagliato.

Non che fossero in malafede…

Il punto è che si sono fidati di ciò che avevano sul leggio, come tendiamo a fare tutti quando prepariamo un pezzo.

Scriveva Weingartner nel 1906:

“Nella nona battuta di pag.90 [si riferisce alla nostra Breitkopf] i primi e i secondi violini fanno un intenso crescendo da p a ff.”

Dava per scontato che l’edizione fosse corretta.

Uno dei pochissimi a ripristinare la versione originale di Beethoven fu Otto Klemperer (nel video dal min.53:49),

suscitando però le obiezioni di vari colleghi, a conferma che ancora nel 1992 in pochi mettessero in discussione l’attendibilità delle edizioni tradizionali:

“Gli arpeggi spezzati discendenti dei violini sono stampati nelle parti con un crescendo, e solo una volta mi è capitato di ascoltarli suonare senza, in un’esecuzione diretta da Otto Klemperer … dev’essere stato una sorta di esperimento – e non posso dire di averlo trovato convincente.”

(Norman Del Mar)

Consentimi a questo punto una piccola provocazione.

Per quale ragione ancora oggi sono così tanti i musicisti che, pur di fronte a significative prove documentarie, si rifiutano di correggere le proprie interpretazioni?

E quali conseguenze ha questo loro atteggiamento sulla nostra professione?

Mi viene in mente un caso analogo nella Nona sinfonia, dove a un Re scritto da Beethoven viene tradizionalmente sostituito un Sib (Allegro ma non troppo, batt.81).

Sai quale è stata la risposta di Claudio Abbado quando Jonathan Del Mar lo ha portato alla sua attenzione?

Ha mantenuto il Sib (min. 2:06) pur sapendolo non autentico, e senza segnalare la cosa:

Ricorda Del Mar:

“C’è una nota che ho corretto nella Sinfonia Corale e che Claudio Abbado si è rifiutato di riconoscere. Deve però accettare che ciò che esegue è una nota che fu cambiata negli anni ’60 dell’Ottocento, più di trent’anni dopo la morte di Beethoven.”

Il problema è che quando hai eseguito un pezzo dozzine di volte, magari per decenni, lo interiorizzi in un certo modo e diventa veramente difficile accettare e inglobare le nuove acquisizioni.

È la forza dell’abitudine.

Tutto ciò è molto umano, e lo capisco.

Ma per il bene della musica (e dei musicisti) non sarebbe meglio evitare simili condotte?

Con quale credibilità protestiamo per la scarsa attenzione riservata dalle istituzioni del nostro Paese a musica e cultura, se poi siamo i primi a manometterle a piacimento?

Con che credibilità pretendiamo rispetto per ciò verso cui non ne abbiamo?

 

Gabriele Riccobono
riccobono[at]beethovenautentico.com

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